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La Cina fissa a febbraio la scadenza per la resa dei latitanti

Jefferson Mendoza
Scritto da Jefferson Mendoza
Tradotto da Mara Armenante

Le autorità cinesi hanno invitato i latitanti collegati al sindacato criminale guidato da Chen Zhi a consegnarsi entro il 15 febbraio 2026, avvertendo che il mancato rispetto della scadenza comporterà l’emissione di mandati di arresto validi su tutto il territorio nazionale. Chi si presenterà spontaneamente prima del termine e confesserà i propri reati potrà beneficiare di una riduzione della pena, secondo un avviso pubblicato dal Ministero della Pubblica Sicurezza (Ministry of Public Security) il 15 gennaio 2026.

Chen è il presunto capo di una vasta rete transnazionale di frodi. È stato estradato in Cina il 7 gennaio 2026 per rispondere a accuse di frode nelle telecomunicazioni e altre attività criminali. I funzionari hanno sottolineato che ostacolare, minacciare o vendicarsi contro persone intenzionate a costituirsi sarà considerato esso stesso un reato.

Il sindacato di Chen Zhi

Le autorità hanno collegato le operazioni di Chen al conglomerato Gruppo Prince (Prince Group) con sede in Cambogia, che lui stesso aveva guidato. Fondato nel 2015, è uno dei più grandi conglomerati del Paese. Gli investigatori accusano il sindacato di gestire casinò illegali, occultare proventi criminali e orchestrare truffe globali nelle telecomunicazioni che avrebbero sottratto miliardi di dollari alle vittime.

Chen, nato in Cina, ha ottenuto la cittadinanza cambogiana nel 2014 e ha servito brevemente come consigliere del Primo Ministro della Cambogia, prima che la sua cittadinanza venisse revocata. Ha attirato l’attenzione internazionale nell’ottobre 2025, quando i procuratori statunitensi lo hanno incriminato per frode e riciclaggio di denaro, definendo la presunta truffa informatica “una delle più grandi operazioni di frode sugli investimenti della storia”.

Ripercussioni globali

La repressione ha avuto effetti in tutta l’Asia e oltre, ma ha anche messo in luce come le reti criminali transnazionali sfruttino contesti normativi deboli, in particolare nel Sud-est asiatico, dove Paesi come Cambogia, Myanmar e Laos sono stati identificati come principali hub di truffe che impiegavano decine di migliaia di lavoratori. In alcuni casi, erano costretti a svolgere attività illegali contro la loro volontà. Non erano rari i casi di decessi dovuti a scarse prestazioni.

Nel frattempo, negli Stati Uniti i procuratori hanno sequestrato 15 miliardi di dollari in bitcoin collegati a Chen, mentre la Cambogia ha liquidato Prince Bank, istituto fondato dallo stesso Chen.

Hong Kong, Singapore e Taiwan hanno congelato centinaia di milioni di dollari in beni legati al Gruppo Prince (Prince Group), mentre Regno Unito e Corea del Sud hanno imposto sanzioni che si sono intensificate, aumentando la pressione internazionale. Nonostante la smentita delle accuse da parte del Gruppo Prince nel 2025, l’estradizione di Chen è stata approvata da diversi Paesi dopo un’indagine congiunta tra Cina e Cambogia. Negli Stati Uniti i procedimenti giudiziari sono ancora in corso, con ulteriori sequestri di asset digitali.

Repressione regionale

​La campagna della Cina contro le truffe transfrontaliere si è ampliata. Nel novembre 2025, per esempio, la Thailandia ha deportato She Zhijiang, un altro cittadino cinese accusato di gestire una delle più grandi reti di gioco d’azzardo illegale e truffe del Sud-est asiatico.

I funzionari di Pechino affermano che la lotta contro la frode online e il gioco d’azzardo illegale sta evolvendo, prendendo di mira gruppi transnazionali sofisticati e reti finanziarie che un tempo erano fuori dalla loro portata. La decisione della Cambogia di deportarlo in Cina riflette la crescente influenza diplomatica di Pechino rispetto a Washington.

“L’arresto e l’estradizione di Chen Zhi riflettono il fermo impegno della Cambogia nel combattere il crimine. E non è la fine della lotta”, ha dichiarato ai giornalisti a Phnom Penh il ministro degli Esteri cambogiano Prak Sokhonn, citato da Reuters.

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