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Scommesse clandestine e riciclaggio: due maxi-inchieste tra Campania, Puglia e Valle d’Aosta scuotono il settore del gioco in Italia

Tony Colapinto
Scritto da Tony Colapinto

Nel volgere di poche ore, gli inquirenti italiani hanno portato alla luce due grandi operazioni contro il gioco illegale e il riciclaggio di denaro che interessano Campania, Puglia e Valle d’Aosta, rivelando un sistema radicato e capillare che attraversa il Paese. Da una parte il fronte meridionale, con l’asse Salerno-Napoli-Foggia; dall’altra il Nord, con il Casinò di Saint-Vincent: due indagini autonome ma accomunate dall’ombra di organizzazioni criminali, da reti societarie opache e da una crescente sofisticazione dei metodi di elusione. Un doppio blitz che restituisce un quadro allarmante sulla capacità dei gruppi criminali di infiltrarsi nel settore del gioco, sfruttando ogni vulnerabilità tecnologica, normativa e operativa.

La rete dei “totem” illegali tra Salerno, Napoli e Foggia

Il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Salerno ha eseguito ieri una vasta operazione nelle province di Salerno, Napoli e Foggia, dando attuazione all’ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Salerno. Le misure cautelari hanno colpito Domenico Chiavazzo e Paolo Memoli, destinatari della custodia in carcere, mentre Giovanni Petruzzellis è finito ai domiciliari. I tre sono ritenuti, allo stato delle indagini, promotori e organizzatori di un’associazione per delinquere finalizzata all’esercizio abusivo del gioco online, alla raccolta clandestina di scommesse, all’emissione di fatture false, al riciclaggio e al trasferimento fraudolento di valori.

L’indagine ha ricostruito il funzionamento di un sofisticato sistema di gaming illegale denominato “Lireservice”. Il gruppo aveva installato in numerosi esercizi commerciali a livello nazionale delle apparecchiature “totem”, ossia computer collegati a una piattaforma centrale gestita dagli indagati. Attraverso questi terminali, gli utenti potevano accedere a un’offerta parallela e totalmente abusiva di giochi e scommesse, eludendo i controlli dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e aggirando i limiti di legge su puntate e vincite.

Il sistema era organizzato secondo una struttura piramidale. I proventi illeciti confluivano nelle casse dell’organizzazione tramite contante o attraverso ricariche su carte prepagate, rendendo difficile la tracciabilità dei flussi finanziari. Le stime parlano di un volume d’affari superiore ai 25 milioni di euro. Contestualmente, il gruppo si avvaleva di una fitta rete di società cartiere e prestanome, impiegate per riciclare e reinvestire i capitali, anche nel settore immobiliare.

Il GIP ha disposto inoltre il sequestro di beni per un valore minimo stimato di 4 milioni di euro: immobili, attività commerciali, terreni, autovetture di lusso e oltre 1,5 milioni di euro in contanti. L’indagine ha anche individuato elementi che, secondo gli inquirenti, indicherebbero un possibile collegamento con la fazione Schiavone del clan dei Casalesi, configurando l’aggravante prevista dall’art. 416 bis.1 del codice penale.

Sebbene le misure cautelari non equivalgano a un giudizio definitivo di colpevolezza, il quadro ricostruito dagli investigatori porta alla luce un sistema ramificato, strutturato e perfettamente integrato nelle dinamiche del gioco clandestino contemporaneo, capace di sfruttare tecnologie di ultima generazione e schermi societari complessi.

Saint-Vincent, il presunto riciclaggio “fisico” dentro il Casinò

Parallelamente, nel Nord Italia si è sviluppata una seconda inchiesta che ha colpito il Casinò de la Vallée di Saint-Vincent, in Valle d’Aosta. La Guardia di Finanza ha dato esecuzione a un’ordinanza di sequestro del GIP di Aosta nei confronti di 33 indagati accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere, riciclaggio, false fatturazioni, ricettazione e corruzione.

L’indagine, frutto di mesi di intercettazioni telefoniche, ambientali, video e telematiche, ha svelato un presunto meccanismo di riciclaggio basato sulle vincite simulate all’interno della casa da gioco. Secondo il quadro indiziario, tre società attive nel commercio di materiale ferroso emettevano fatture per operazioni inesistenti, generando disponibilità finanziarie occulte. Gli importi venivano poi trasferiti su conti personali di uno degli indagati, che avrebbe agito come intermediario presso il casinò.

Grazie alla complicità di due funzionari infedeli, il denaro veniva convertito in fiches o strumenti finanziari tracciabili, presentati come vincite legittime ma in realtà mai realizzate. Questo sistema permetteva sia di ripulire il denaro, sia di reimmetterlo nelle società che avevano utilizzato le false fatture, chiudendo il cerchio fraudolento.

Le perquisizioni, condotte in oltre dieci regioni italiane, hanno portato al sequestro di beni e disponibilità finanziarie per oltre 5 milioni di euro. L’ampiezza geografica delle attività della rete evidenzia la struttura organizzata del sodalizio e la sua capacità di sfruttare un presidio di gioco apparentemente sicuro come un casinò, trasformandolo in un punto di smistamento per capitali di provenienza illecita.

Due inchieste diverse, ma un unico filo conduttore

Campania, Puglia e Valle d’Aosta appaiono lontane tra loro per contesto sociale ed economico, ma in queste due operazioni si ritrovano logiche criminali sorprendentemente simili. Le indagini mostrano come, tanto nel gaming online quanto nel gioco fisico, la criminalità organizzata riesca a infiltrarsi sfruttando vulnerabilità nei controlli, burocrazia complessa e carenze nei sistemi di verifica.

Le strutture societarie opache, l’uso di prestanome e la complicità di figure interne alle attività di gioco rappresentano un terreno comune. I casinò come le piattaforme online possono diventare strumenti ideali per il drenaggio e la ripulitura di capitali illeciti.

Allo stesso tempo, emerge un elemento culturale: la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi rapidamente ai mutamenti tecnologici e normativi. Dalle cabine telematiche ai totem, dalle fiches convertite in contanti alle società “cartiere”, tutto concorre a un sistema fluido e altamente reattivo, capace di generare introiti milionari.

Implicazioni per il settore del gaming legale

Le due inchieste sollevano interrogativi importanti per il futuro del gioco regolamentato in Italia. Da un lato, la lotta al gioco illegale deve continuare con strumenti sempre più sofisticati. Dall’altro, gli operatori legali hanno l’occasione di valorizzare la propria trasparenza, investendo in protocolli di sicurezza, sistemi avanzati di compliance, procedure rafforzate di KYC e controlli sui flussi finanziari.

Una vigilanza più stringente, unita a un dialogo continuo tra istituzioni, regolatore e industria legale, può contribuire a limitare il fenomeno del “mercato grigio”, che prospera proprio negli interstizi lasciati aperti da normative insufficienti o contrasto non uniforme sul territorio.

Un settore sotto pressione, ma con una strada possibile

Le maxi-operazioni condotte dai Carabinieri di Salerno e dalla Guardia di Finanza di Aosta mettono in luce un problema strutturale e profondo che riguarda il gioco d’azzardo italiano. Non si tratta di episodi sporadici, ma di sistemi consolidati, capaci di generare e movimentare milioni di euro attraverso canali paralleli e perfettamente oliati.

La risposta dello Stato è stata forte, coordinata e capillare. Ora la sfida è trasformare questi interventi in un miglioramento duraturo delle politiche di controllo, della cultura della legalità nel settore e della fiducia dei consumatori verso gli operatori regolamentati.

Il settore del gaming legale, già sotto pressione, può trarre da queste vicende l’opportunità di rafforzare la propria immagine attraverso trasparenza, responsabilità e innovazione nei sistemi di monitoraggio. In un Paese attraversato da legami storici tra criminalità e economia sommersa, la strada è complessa ma imprescindibile: solo un mercato del gioco solido, regolamentato e vigilato può impedire alle reti criminali di continuare a prosperare.

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