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Il Direttore Esecutivo dell’IAGR illustra la strategia globale per contrastare il gioco illegale

Jenny Ortiz-Bolivar
Scritto da Jenny Ortiz-Bolivar
Tradotto da Mara Armenante

Il Presidente dell’International Association of Gaming Regulators (IAGR), Ben Haden, ha individuato il gioco illegale come la principale preoccupazione per la comunità regolatoria globale, descrivendo il passaggio dalla “sfocatura dei mercati” all’attività criminale come «una linea ragionevolmente diretta».

Durante una conversazione informale al G2E Asia di Macao, moderata da Rui Proença di MdME, Haden ha affrontato l’enorme portata del problema in Asia, dove valutazioni caute collocano i ricavi del gioco illegale oltre i 100 miliardi di dollari l’anno, e la necessità urgente di una risposta «complessa» che vada oltre la semplice concessione di licenze.

Disruption, non eradicazione: la realtà della “digital water”

«Chiunque ti dica che il suo obiettivo è sradicare il gioco illegale… non ci riuscirai mai», ha affermato Haden.
Il Direttore dell’IAGR ha sostenuto che la tecnologia ha trasformato ogni Paese in un “Paese iGaming”, indipendentemente dal suo quadro normativo, perché la tecnologia «è un po’ come l’acqua: trova sempre una via».

«La tecnologia permetterà ai malintenzionati di raggiungere i consumatori, e permetterà ai consumatori che consapevolmente o, come mostrano le nostre ricerche, spesso inconsapevolmente, accedono al mercato illegale», ha spiegato Haden. Piuttosto che promettere un’eliminazione totale, Haden ha puntato su una strategia basata sull’attrito: «Possiamo interromperlo, e in particolare possiamo rendere difficile operare su larga scala».

Oltre l’operatore: colpire la supply chain

«I social media, le big tech e i fornitori di servizi di pagamento devono assumere un ruolo diverso», ha dichiarato.

Un elemento chiave di questa strategia di “disruption” consiste nell’esercitare pressione sugli intermediari “passivi” che facilitano il mercato illegale. Haden ha osservato che il protagonista alla fine della catena di fornitura non è l’unico attore rilevante.

Ha citato i recenti sforzi nel Regno Unito per chiamare piattaforme come Meta a rispondere delle proprie responsabilità.
«Ora c’è una tendenza macro che chiede a questo tipo di aziende di fare un passo avanti in tutti i settori», ha affermato Haden, suggerendo che i regolatori devono sfruttare questa tendenza per forzare un cambiamento all’interno della «complessa supply chain» su cui fanno affidamento gli operatori illegali.

Utilizzare i dati per mappare le zone d’ombra

Per contrastare la migrazione “subconscia” dei giocatori verso i siti illegali, Haden ha sostenuto l’uso avanzato dei dati, inclusi i set di open banking, che possono identificare la spesa effettuata su piattaforme non autorizzate.

Ha previsto un futuro in cui la democratizzazione dei dati permetterà ai regolatori di lavorare direttamente con i consumatori per comprendere le loro abitudini, invece di basarsi esclusivamente sui report degli operatori. «In un mondo in cui i consumatori possiedono maggiormente i propri dati, ci sono conversazioni davvero interessanti da affrontare», ha osservato Haden. Comprendendo esattamente «come giocano, dove giocano e quando giocano», ha affermato, i regolatori possono avvertire meglio i consumatori e mantenere uno “spazio legale” che rimanga più attraente dell’alternativa illegale.

Appello al coordinamento globale

«Non è una sfida che un’unica organizzazione possa affrontare da sola», ha dichiarato Haden.

Affrontando il costo umano del commercio illegale in Asia (inclusi traffico di esseri umani e lavoro forzato), Haden ha sottolineato che l’isolamento è la più grande debolezza dei regolatori. Sebbene il gruppo di lavoro dell’IAGR sul gioco illegale abbia visto l’adesione immediata di 30 giurisdizioni, Haden ha ammesso che la sfida pratica resta: «Come fai a prendere quei trenta gatti e farli muovere insieme? È molto più difficile».

Haden ha ribadito che costruire fiducia è il primo passo: «È un esercizio di condivisione delle informazioni per capire cosa fa ciascuno e come vede i problemi. Una volta costruita quella fiducia e iniziato a scambiarsi dati, si può passare a una roadmap d’azione».

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