Il 10 settembre scorso, presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, si è svolta l’udienza attesa da mesi che vede Google contrapposta ad AGCOM, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Al centro della disputa vi è la multa da 2,2 milioni di euro inflitta a Google Ireland Limited per aver violato il divieto di pubblicità al gioco d’azzardo online sancito dall’articolo 9 del Decreto Dignità (D.L. 87/2018). La normativa italiana, tra le più restrittive in Europa, vieta ogni forma di promozione diretta o indiretta di giochi con vincite in denaro, sia attraverso canali tradizionali come radio e televisione, sia sulle piattaforme digitali e social.
Il procedimento, nato in Italia e approdato alla Corte UE tramite rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato, tocca un nodo giuridico di portata europea: fino a che punto i giganti del web possano invocare il regime di responsabilità limitata previsto dalla Direttiva e-Commerce quando si tratta di contenuti pubblicitari vietati per legge.
La posizione di AGCOM e la contestazione della multa
Secondo AGCOM, Google non sarebbe un semplice intermediario neutrale, ma avrebbe un ruolo attivo nella gestione e diffusione dei contenuti ospitati su YouTube. Le verifiche dell’Autorità hanno rilevato che diversi video, spesso mascherati da tutorial o intrattenimento, contenevano in realtà messaggi promozionali legati a scommesse e giochi d’azzardo. In più, tali contenuti risultavano monetizzati attraverso il programma YouTube Partner Program, con condivisione dei ricavi tra Google e i creatori dei video.
Questo elemento, secondo l’Autorità, sposterebbe Google fuori dall’alveo protettivo dell’articolo 14 della Direttiva 2000/31/CE. Per AGCOM, la reiterazione della condotta configurerebbe un modello organizzativo in cui la piattaforma trae profitto dalla diffusione di pubblicità vietata. Da qui la sanzione pecuniaria, che per entità e natura assume un carattere emblematico nel contesto europeo.
L’iter giudiziario in Italia e il rinvio al livello europeo
Google ha impugnato la sanzione davanti al TAR del Lazio, che ha rimesso la questione al Consiglio di Stato. Con ordinanza del 23 maggio 2024, quest’ultimo ha sospeso il giudizio chiedendo chiarimenti alla Corte di Giustizia UE. I quesiti interpretativi posti ai giudici di Lussemburgo sono due: se l’esenzione di responsabilità prevista per gli hosting provider si applichi anche alla pubblicità di giochi vietati e se Google, in virtù del suo rapporto con i content creator, possa essere considerata un hosting provider attivo, e quindi pienamente responsabile.
Si tratta di interrogativi che travalicano i confini italiani, toccando il cuore del diritto europeo dei servizi digitali e la coesistenza tra libertà d’impresa e tutela dei consumatori.
La dimensione europea della causa
L’udienza ha visto la partecipazione non solo di Google e AGCOM, ma anche di rappresentanti dei governi di Italia, Belgio, Repubblica Ceca e Portogallo, oltre che della Commissione Europea. Una presenza che testimonia l’importanza strategica del caso, capace di incidere sull’equilibrio normativo dell’intero mercato digitale europeo.
Il punto centrale è stabilire se il regime di responsabilità attenuata degli hosting provider debba subire limitazioni in settori considerati sensibili, come quello del gambling. La posta in gioco non riguarda solo Google: una pronuncia restrittiva potrebbe obbligare le grandi piattaforme a rafforzare i sistemi di controllo sui contenuti, con effetti tangibili per l’industria del gioco online, la pubblicità digitale e l’intero ecosistema dei media.
Hosting provider passivo o attivo?
La distinzione tra hosting provider passivo e attivo costituisce la chiave di volta della vicenda. Se un fornitore si limita a ospitare contenuti senza intervenire sul loro controllo, la Direttiva e-Commerce lo solleva da responsabilità per eventuali illeciti. Ma se, come sostiene AGCOM, l’intermediario partecipa attivamente alla gestione, promozione o monetizzazione dei contenuti, allora perde le tutele giuridiche.
Il Consiglio di Stato ha sottolineato come Google, attraverso i contratti di partnership e le politiche di monetizzazione, possa essere inquadrata in quest’ultima categoria. La Corte di Giustizia è dunque chiamata a dirimere una questione di definizione che avrà impatto immediato sulle strategie delle piattaforme digitali.
Le possibili conseguenze di una sentenza sfavorevole a Google
L’attesa decisione della Corte, preceduta dal parere dell’Avvocato Generale, è destinata a segnare un precedente. Se i giudici accoglieranno la tesi del Consiglio di Stato, le piattaforme online si troveranno a dover rispondere più direttamente dei contenuti pubblicitari illeciti diffusi tramite i loro servizi. Per Google significherebbe un cambio radicale nella gestione dei contenuti su YouTube, ma più in generale l’intero settore tech sarebbe chiamato a rivedere modelli di business basati sulla monetizzazione condivisa.
Le ricadute si estenderebbero anche sul piano regolatorio: l’Italia potrebbe vedere confermata la rigidità del Decreto Dignità come modello, mentre altri Stati membri potrebbero seguire la stessa linea, armonizzando le legislazioni nazionali a un approccio più severo.
Un caso che farà scuola
Il procedimento in corso davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea non è solo un contenzioso tra Google e AGCOM, ma una tappa cruciale nell’evoluzione del diritto digitale europeo. In gioco vi è il bilanciamento tra responsabilità delle piattaforme e libertà di espressione economica, tra tutela dei consumatori e innovazione tecnologica.
La decisione, attesa nei prossimi mesi, stabilirà un principio di diritto destinato a fare scuola e a ridisegnare i confini della responsabilità degli hosting provider. Per il mercato del gambling online e per le piattaforme digitali sarà un momento di svolta, con conseguenze che andranno ben oltre i confini dell’Italia e dell’Unione Europea.
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